PRIMA LUCE “VENUTA AL MONDO” di ALESSANDRA REDAELLI

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Stefania Orrù. Venuta al mondo

di Alessandra Redaelli

Ci sono artisti che raccontano storie: affabulatori sapienti capaci di ipnotizzarci regalandoci la realtà attraverso le loro parole dipinte o scolpite. Ci sono artisti che – ossessivamente – scelgono di raccontare se stessi, con un bisogno assoluto di autoreferenzialità che sembra gridare al mondo: “Amatemi!”. E poi ci sono artisti che attraverso se stessi e la propria faticosa esperienza quotidiana del vivere ci raccontano il mondo e, in qualche modo, ci raccontano anche noi stessi. Stefania Orrù appartiene alla terza categoria. Il suo racconto si dispiega limpido, splendente e tuttavia complesso, faticoso, sofferto, opera dopo opera, ritratto dopo ritratto. Limpido perché ci arriva dentro subito, al primo sguardo: ci ipnotizza e ci inchioda alla nostra responsabilità. Vi leggiamo dentro un senso di assolutezza e di verità che ci lascia felici e stupefatti. Sofferto perché, una volta che ci ha agganciati inesorabilmente, ci accorgiamo che la lettura è tutt’altro che semplice. Come se noi rivivessimo, nel fruirlo e nel farlo nostro, il processo lungo e complesso che l’artista ha vissuto nel crearlo. Come se tra noi e lei si instaurasse un transfert paragonabile a quello che si viene a creare nella relazione psicanalitica.

Stefania Orrù è una donna e un’artista intensa. Una bella ragazza dai lineamenti morbidi e regolari che contiene in sé una saggezza antica e primordiale. E’ vero che ha fatto scelte autonome molto precocemente, nella vita. E’ vero che ha deciso di prendere in mano la sua esistenza e di seguire le proprie passioni quando era poco più che una ragazzina, ma il suo approccio verso il mondo lascia comunque spiazzati. Prima ancora che il tema “caldo” del suo lavoro venga affrontato, già si avverte la sensazione di essersi addentrati in un terreno denso e complesso. Abituata a restare a lungo con se stessa, ha maturato uno sguardo sulla realtà al tempo stesso distaccato e profondissimo, mai cinico, attento e amorevole, capace di sorprendersi e di sospendere il giudizio – in attesa di capire – come è proprio dei saggi. E’ la sorella grande che vorresti aver avuto vicino e nello stesso tempo ti viene voglia di proteggerla dalle brutture della vita, troppo caotica e sporca per un’anima luminosa come la sua.

Luminosa, appunto. Ecco che si arriva a toccare il nucleo del suo lavoro. Che non è un “lavoro” come comunemente si intende quando si parla del percorso di un artista, composto di serie, evoluzioni, momenti chiave, ripensamenti, fasi di stallo, soluzioni improvvise. Ovvero, certamente tutto questo c’è stato e c’è, nella storia di Stefania Orrù, ma quello che vi si legge al di là di tutto, nitido e implacabile, è un cammino. Stefania ha intrapreso questo cammino quando per la prima volta ha cominciato a maneggiare l’arte, quando ha incontrato la gioia fisica della materia ruvida e degli intonaci, e da quello non si è mai distratta, decisa ad arrivare ad un punto molto preciso: la verità. Un cammino spirituale prima ancora che artistico. Un’esigenza interiore irrinunciabile che lei è riuscita a trasformare in qualcosa da condividere con il mondo. E questa condivisione è, anche per noi, un’esperienza spirituale ed emotiva, prima di tutto il resto.

La prima volta che ho visto dal vivo i lavori di Stefania, non la conoscevo ancora. Le fotografie mi avevano già molto incuriosita, ma per quanto potessero essere degli ottimi scatti, non avevo la più pallida idea di quale potenza deflagrante contenessero quei visi visti dal vivo. Avevo letto anche dei testi, su di lei, ero rimasta affascinata dalla sua storia. Ma nulla mia aveva preparato alla sensazione che avrei provato. Una sua personale era stata allestita al museo dell’Opera del Duomo di Prato e i suoi visi si spalancavano improvvisi, assertivi, assoluti, sotto le volte affrescate. Non c’era soluzione di continuità nella poesia mistica di quei luoghi. La materia scabra, spaccata, ruvida dalla quale il volto emergeva in un trionfo di luce pareva sostanziarsi della stessa pietra su cui si affacciavano le immagini dei santi e delle madonne. Il volto i cui capelli si alzavano nel vento come una fiammata, era quello di una fanciulla senza tempo, forse una compagna di giochi di quelle che erano passate per quelle sale mentre venivano affrescate.

Non conoscevo ancora la storia di questi lavori, dicevo, eppure la loro intensità immediata mi aveva colpita al cuore. Mi guardavano negli occhi, cercavano proprio me, e quello che mi portavano era un messaggio di luminosa serenità; anime che parlavano alla mia anima. Poi ho conosciuto Stefania, e quella che era rimasta solo poco più che una sensazione, si era fatta certezza: tutti quei visi, tutti quei profili, tutti quegli occhi che si fissavano nei miei e anche quelli che, pudicamente, abbassavano le palpebre, erano lei. Lei era la musa di se stessa, il suo territorio privilegiato di analisi. Non aveva bisogno d’altro: aveva preso il viso che le era più famigliare e più facile da raggiungere – il proprio – e ne aveva fatto il mezzo per raccontare il mondo. Il suo e quello degli altri.

Non è raro che le artiste – in particolare proprio le artiste donne – scelgano come mezzo l’autoritratto. La donna viene da millenni di segregazione, viene da ruoli di accudimento e solitudine. All’uomo la guerra e il sociale, alla donna la famiglia. I decenni – perché di questo si tratta – di autoconsapevolezza che la donna ha alle spalle non le sono ancora bastati perché decida di rivolgere lo sguardo esplicitamente all’esterno. E poi naturalmente non è solo quello. La donna “è” dentro: è madre e quindi utero, e con questo utero intrattiene una comunicazione che va molto più in profondità delle parole. Ma, di solito, quando la donna artista si racconta attraverso l’autoritratto lo fa strutturando narrazioni emotive, racconta le sue frustrazioni e le sue gioie, le sue insicurezze e i suoi trionfi, il suo corpo, l’amore, l’erotismo, la sofferenza, la malattia. Gli “autoritratti” di Stefania Orrù (e in questo caso le virgolette sono d’obbligo, perché non si possono effettivamente definire tali) sono invece di una specie totalmente originale. Quel viso, e poi quel corpo, sono solo forma: un pretesto per parlare dell’essere come umano in quanto essere umano.

La storia che ci racconta assomiglia per molti versi al mito, perché è una storia primordiale di ordine e caos, una storia di creazione e di nascita. Un venire al mondo – anzi, più che mai, in questo caso, un venire alla luce – lento e sofferto come le doglie di un parto. E la materia che Stefania ha scelto, la sua materia dura, scabra, polverosa, così paradossalmente in contrasto con tutta quella luce splendente, è inscindibile dal messaggio che ci racconta. E’ una sintesi perfetta tra tecniche antiche e moderne, la sua, che al primo sguardo fa irresistibilmente pensare alla consistenza ruvida e pietrosa dell’affresco. Un impasto di scagliola e polvere di marmo steso sulla tela, a sua volta appoggiata sulla tavola, in strati sempre più sottili, sapendo già quale sarà la struttura di base del dipinto e procedendo in base a quella a costruire le zone di luce e quelle di buio, stemperando i contorni, creando nebulose, graffi, spaccature. E poi, di nuovo, rifinendo ancora con il pennello, con la spatola, con la lametta. Un lavoro lungo che presuppone una serie quasi infinita di passaggi intervallati da lunghe soste, con le opere che procedono in parallelo e poi restano lì, insieme all’artista, come ospiti seri e curiosi. “Quando sono in studio, con le opere in lavorazione tutte intorno a me, ho come la sensazione che mi guardino”, dice l’artista. Ed è una sensazione che lo spettatore capisce al volo perché quella materia in cui vorticano vampate di luce e abissi di buio è una materia viva, mobile e risucchiante. Una materia che non perdona.

E mentre il cammino di Stefania procede inesorabile verso la verità, ecco che lentissimamente i soggetti dei suoi lavori vivono un cambiamento. Se prima erano soprattutto primi piani suggestivi e assertivi come icone, dove la forma si sostanziava in coaguli di materia della quale si perdevano i contorni, le opere in mostra oggi rappresentano un nuovo tratto di strada. In un movimento lento e millenario, come la deriva dei continenti, luce e oscurità vanno separandosi. Sono due principi antitetici, affermazione e negazione, non necessariamente bene e male: non è questo il messaggio che l’artista vuole darci, ma perché vi sia nascita ci deve essere distinzione, separazione. Ecco allora che la luce si condensa in una forma sempre più leggibile e netta, mentre il buio le si addensa intorno, profondo e insondabile come forse prima non era mai stato. Il pulviscolo che circonda i visi e i corpi come se fosse una scia di cometa suggerisce il movimento, la spinta inarrestabile verso uno scopo, l’energia a lungo rappresa e che proprio in quel momento sta esplodendo. Il taglio dell’inquadratura ci sorprende nella sua originalità, con le figure che sembrano librarsi in volo, rette e condotte da quell’energia. A volte sono angeli guerrieri, o sante pagane, avvolte in drappi che le imprigionano, ma ancora solo per un momento, perché il gesto è quello della liberazione, ed è così evidente che viene quasi la voglia di allungare la mano e disfare quelle bende per accelerare il procedimento. Intorno al corpo – dalla spalla tonda e morbida, dalla candida schiena – il pulviscolo si mostra come una fiammata, come se i contorni stessero bruciando di luce incandescente, e in quella scia misteriosa avvertiamo quanto ogni nostro gesto, fino ogni nostro pensiero, sia inestricabilmente legato a tutto ciò che ci circonda. Non c’è interruzione tra il corpo e la materia dalla quale è scaturito, così come non c’è interruzione tra noi e l’altro, il mondo, la natura, il cielo, Dio. Più definite rispetto ai primi piani di qualche tempo fa, queste figure sono dettagliate nei particolari del viso, appaiono volumi pieni, concreti, mentre il panneggio – candida luce scintillante come una distesa di neve – si annoda in pieghe fitte e morbide che disegnano il corpo. Eppure, a differenza dei visi (volti?) che vengono prima di loro, sembra che possa bastare un niente a disgregarle, come se il solo allungare una mano ci permettesse di disperderle di nuovo nel buio da cui provengono.

La fascinazione è compiuta. La sensazione che questo essere, questa entità dalle belle fattezze femminili che rappresenta tutti noi, sia venuta al mondo l’abbiamo nelle opere in cui lo sfondo comincia a concretizzarsi. Appare una divisione, seppure vaga, tra terra e cielo. Come nella creazione. La figura non sembra più librarsi nel nulla, ma è posata a terra. Magari sdraiata. Non dorme, ma non è neppure sveglia: è in quella fase intermedia che precede l’essere. E’, questa, forse la nascita dell’anima, che ci appare così, nuda e inerme, mentre il drappo che prima l’avvolgeva imprigionandola, si sta lentamente allontanando, disfacendo nel buio, prigione o placenta abbandonata. Oppure la figura è dritta, di spalle. Come se avesse già cominciato ad allontanarsi. I piedi ben piantati per terra.

La nascita, dicevamo, è compiuta. E questa compiutezza, questa consapevolezza solare, la cogliamo nel grande volto che Stefania Orrù ci regala. Vicino, per iconografia, alle opere della serie precedente, se ne separa per una completezza che prima non poteva essere ancora raggiunta. Il volto non è più un aggregarsi di materia luminosa che si oppone al buio, ma è solo luce, pura luce. La luce viene oramai da dentro. E’ la luce della saggezza e della consapevolezza. La luce della verità raggiunta attraverso un percorso faticoso, ma al tempo stesso meraviglioso e irrinunciabile. E’ la verità. Stefania l’ha raggiunta e l’ha dipinta. Per noi.

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