Stefania Orrù. L’incanto dell’essere. Materia e/è luce

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L’Essere, da sempre al centro della ricerca di Stefania Orrù, viene indagato con una pittura che racchiude, ermetica, distinte urgenze sentimentali. Non si tratta di un lirismo di superficie, utile solo a catturare lo sguardo, quanto di una sorta di riflessione che sa soffermarsi nel passaggio fra luce ed ombra e ritornare con spirito rasserenato al mondo dei sensi. E’ un’immersione meditativa nella luce, nel colore e nella forma attraverso una pittura potente e permeata di energie. Stefania Orrù è un’artista che interpreta il contemporaneo attraverso il suo autentico mondo esistenziale e poetico, senza snaturarsi: in lei il concetto diventa materia e le opere trattengono e rimandano la luce dell’idea. Nelle sue opere c’è una profonda eco di estetiche vissute che arrivano ad annullare e dunque a sospendere l’idea di tempo, sovrapponendo trascorso e presente. Se osserviamo queste opere ci rendiamo conto di essere dentro ad una storia che parla di Stefania Orrù ma allo stesso tempo ci collega ad un universo di rimandi che affiora alla nostra mente attraverso un’immagine. Ad un primo sguardo può sembrare che queste immagini di donna (che sono quasi sempre autoritratti) siano portatrici principalmente di una mistica bellezza basata sull’equilibrio della composizione e il delicato dosaggio dell’elemento coloristico. Richiamando la tradizione greca, si potrebbe parlare di una bellezza che non è solo symmetría ma anche chróma, colore. Una bellezza perciò qualitativa, puntuale, che può manifestarsi anche in una semplice sensazione cromatica o in un lampo della luce: “La semplice bellezza di un colore è data da una forma che domina l’oscurità della materia, dalla presenza di una luce incorporea che altro non è che ragione e idea” secondo il pensiero di Plotino e che diventa, nel quadro della filosofia neoplatonica, quella luce che risplende sulla materia come riflesso dell’Uno da cui essa emana. Ma qui non siamo all’interno di un’ultima declinazione della mistica della luce, quanto di un’estetica della luce, che fa della Bellezza (insieme alla capacità evocativa) uno strumento conoscitivo. E la Bellezza, per essere strumento conoscitivo, ha bisogno del filtro di quella letteratura che pur nella grande varietà di accenti insiste sull’estetica della luce: gli echi letterari allora si intrecciano e rincorrono, da Dante, a Blake, a Rimbaud, da Leopardi, a Neruda e a Pasolini. Il suo universo poetico si esprime incisivo richiamando alla nostra memoria ancestrali icone: figure femminili frontali, sospese, situate dentro uno spazio annullato, vuoto in dissolvenza, in cui rimane visibile soltanto la figura, unico reale spazio sondabile. Il limpido classicismo dei soggetti, delle figure, dei volti rarefatti, dei profili, l’attenzione per il corpo che sottende rispetto e considerazione per l’individuo che si staglia in uno spazio immateriale ma reso palpabile da trasparenze e profondità materiche: i volti che ad un primo sguardo richiamavano la fissità dell’icona di matrice bizantina si sciolgono per mostrare la profondità effimera delle sensazioni, delle emozioni, dei sentimenti, coscienze che si palesano attraverso la pittura. L’equilibrio misurato e preciso delle composizioni si nutre anche dell’ombra che si mescola e si oppone ad una luce che si crea dal diafano, che viene dal profondo delle cose, che ne esprime l’infinita potenza. La realtà fenomenica è sempre in parte oscura e indecifrabile e perciò destinata a mescolare inevitabilmente ombra e luce, luce interiore, nucleo interno ed invisibile delle cose, eidos -essenza attraverso cui l’Essere si mostra. Da qui la necessità d’indagare, di scavare per indirizzare la riflessione, per soffermarsi, per capire. Quella a cui partecipiamo è una ricerca estetica che ritorna al simbolismo e alla figurazione, per esplorare l’invisibile e l’eterno. E l’idea del tempo in queste opere passa anche attraverso una tecnica sapiente, che respira il profumo del passato: antica e nuova allo stesso tempo, che mescola tradizione e innovazione e che nasce dall’esperienza sperimentata negli anni, dalla pratica col maestro Elvio Marchionni, dalla riflessione sui gesti e sulla materia. Il linguaggio artistico trova la sua concretezza ancorandosi nell’esperienza individuale e non ci si stupisce dunque di trovare nella Orrù un palese amore per la memoria e la storia (la lezione dei pittori del Quattrocento umbro mediata dal maestro),per la lavorazione della materia, appresa anche con la pratica dello strappo e del lavoro sulle superfici murarie, ma anche il confronto con i colori e le atmosfere naturali della sua terra, le Marche, e con l’Umbria vissuta durante gli anni di apprendistato artistico. Gli stessi colori che ritroviamo nelle vellutate scansioni delle cromie, dal rosa pallido, all’azzurro, al giallo ocra chiaro e al bianco perla, che caratterizzano la sua tavolozza e che si accendono di sfumature inaspettate per il forte moto dell’anima che li vivifica. Effetti realizzati grazie ad una sperimentazione elaborata e maturata attraverso la scelta di una tecnica mista che unisce affresco, tempera grassa ed encausto, per creare sovrapposizioni e velature impossibili altrimenti. Lo sfumare delle cose ammorbidisce il passaggio dalla luce all’ombra e la nitidezza che si perde nei contorni diventa impercettibile dissolvenza ma anche consapevolezza, per la Orrù, di avere fra le mani una materia viva e vitale, che subisce mutazioni, per effetto del suo operare. Le sfumature non sono solo morbide e delicate, ma creano un contrasto che non parla più della dolcezza della memoria o del ricordo, ma di un altrovedove i pensieri si addensano e consolidano in una materia fittamente elaborata, secondo un ductus espressivo preciso e meditato, che varia a seconda del risultato perseguito e rende la superficie a tratti densa e graffiata, a tratti lucida e levigata.

Nelle opere frutto dell’ultima fase della sua ricerca troviamo grandi superfici elaborate, dove, in due campiture, viene spinta al massimo la suggestione delle trasparenze e la matericità dell’affresco. Le pose non sono più frontali, gli occhi si chiudono per concentrare ancor più la riflessione, i contrasti della materia si fanno più netti. La luce e il buio, intesi come luoghi psichici, come mondi attraversati e attraversabili dall’essere, sono colti attraverso giochi chiaroscurali portati all’estremo, dove i profili delle figure, i drappi, le mani, al tempo stesso forme reali e simboliche, si manifestano come chiavi di lettura che testimoniano l’essere stesso, intriso di contraddizioni, di territori oscuri e luminosi. Un realismo esistenziale che ricorda Ferroni o rimanda ad alcune reminiscenze alla Annigoni e che rivela una forte volontà di conoscenza della profondità umana.

Un potente contrasto fra luce e ombra, ma allo stesso un dualismo che riesce ad armonizzarsi con una materia duttile e corposa, in alcuni tratti traslucida. Tanti sono i riflessi di cui brilla, lucidature della materia che si è riempita e quasi trabocca; in alcuni casi è il nero stesso, intenso e vibrante, che si accende grazie all’uso sapiente della cera. Sono figure inondate di luce, ma anche racchiuse nell’ombra. E l’ombra che è contemporaneamente assenza di luce e prova della sua presenza, offre un aiuto per la comprensione simbolica o realistica degli spazi e degli oggetti rappresentati e diventa perciò, simbolicamente, attesa e desiderio di luce anche spirituale. La vera conoscenza delle cose umane e del mondo è intimamente compresa e concentrata all’interno dell’ombra essenziale dei corpi solidi e rinchiusa e negata nei loro confini.

Il soggetto, immerso in un complesso turbinio materico, non è più solo il centro di questa ultima produzione di Stefania Orrù, ma addensatasi questa materia in due grandi coaguli, uno chiaro, uno scuro, rappresenta ora la chiave di lettura di questi due opposti. Chiave di lettura ma anche protagonista, insieme alla luce e all’oscurità, di un gioco d’incastro o di sopraffazione e incanto, che sa restituire una straordinaria sensazione di Bellezza e di stupore contemplativo. La materia e la luce apparentemente in contrapposizione, si sostanziano in realtà l’una con l’altra: materia e luce, ma soprattutto materia e spirito. Ed il tempo rimane come sospeso: un tempo sincronico ed eterno che coinvolge lo spettatore in una seduzione che non è semplice seduzione dell’occhio, ma coinvolgimento profondo e meditato che necessita di una partecipazione impegnata, da scoprire lentamente. Questo effetto, voluto e creato dall’artista, richiama suggestioni lontane di penombra e sfumato, un’atmosfera cromatica e plastica che rimanda alla storia dell’arte, da Leonardo a Rubens, rielaborati e attualizzati in personali contesti emozionali. Il motore di questo viaggio, che con forti cariche centripete ci attira, è un’atmosfera rarefatta, una solitudine quasi irreale che è la stessa che ci portiamo dentro. Siamo noi davanti a noi stessi, uguali e sempre diversi, di fronte ad uno specchio che è anche ponte, punto di passaggio e collegamento fra il manifesto e il recondito. Quelli di Stefania Orrù non sono autoritratti-soliloqui che giocano sulle apparenze esteriori, ma immagini che portano in essere la propria essenza. Eidos, si diceva appunto, come mezzo attraverso cui giungere alla Verità, attraverso cui cercare se stessa (e noi stessi), per conoscersi e sapere fino in fondo cosa sta succedendo dentro e intorno a noi. E’ un viaggio dell’introspezione che ci invita a guardare oltre l’apparenza delle cose proprio grazie alla leggibilità della figurazione e del rimando simbolico. Seguendo la distinzione di Husserl fra Leib (inteso come corpo immediatamente vissuto, o «corpo che sono») e Körper (inteso come corpo-oggetto-involucro, mediato dall’autoriflessione, o «corpo che ho»), l’essenza si concretizza in figure che non sono ombre, né memorie di vita, ma presenze vitali, che si pongono come protagoniste delle pitture, figure evocate e presenti poste in sfondi indefiniti, vuoti in dissolvenza. Ci accorgiamo così che non si palesa solo il binomio fra luce e ombra e fra figure e spazio, ma anche fra dilatazione e concentrazione (del tempo, della materia), passato e presente, lontananza e prossimità, assenza e presenza e che il nostro sguardo è un involucro che contiene tutto e lo può annullare. La pittura di Stefania Orrù recupera il senso di una realtà che non si esaurisce in una semplice raffigurazione, ma diventa spunto e momento di riflessione per andare oltre: di fronte all’arte l’altrove è sempre contenuto nel qui.

Alessandra Frosini

Link: http://www.galleriagagliardi.com/en/art-exhibition-year/2014-004 

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