La Pittura e la chiave dell’essere di Alberto D’Atanasio

La biografia di certi artisti è il paradosso perfetto di quel che l’osservatore può invece dedurre dalle loro opere.

Ricordo che, studente, immaginavo Raffaello Sanzio dedito a cose paradisiache più che a quelle materiali, spirituale ed etereo come i suoi angeli. Un Pinturicchio amante di lussi e quindi di bella presenza e affabile, così come ricche ed eleganti sono le figure da lui dipinte. Immaginavo il Pietro Vannucci, meglio conosciuto col nome di Perugino, che pregava mentre dava figura a volti di madonne così mistici e celestiali che pare emanino odor d’incensi, e lo vedevo dedito a vita ascetica appena uscito dalla sua bottega. E, più che immaginare, ero convinto che Frà Filippo Lippi, che dipinse di profilo quella Madonna, conservata agli Uffizi, quale modello di donna bellissima, con lo stupendo sguardo, pregno d’amore e di remissione, come quello di chi già sa il destino di quel Santo Figlio che tiene sulle ginocchia, fosse frate carmelitano convinto e ieratico, così come il suo contemporaneo Frate Giovanni da Fiesole: tanto era la sua fama di bravo pittore quanto di santa persona che lo ricordiamo, ancor oggi, col nome di Beato Angelico.

Ma, in effetti, Raffaello morì di sifilide a 39 anni. Il Pinturicchio era piccolo, brutto d’aspetto e iroso di carattere. Gli aneddoti sul Perugino sostengono che era uomo gaudente, tronfio e duro con i ragazzi di bottega, fu sepolto in terra non consacrata perché gran bestemmiatore. Il Lippi buttò il saio alle ortiche e scappò con una monaca, tale Lucrezia Buti da cui ebbe un figlio: Filippino, il quale, rimasto orfano, fu allevato da Botticelli; pare infatti che fra Filippo sia stato avvelenato dai parenti di lei, per punirlo del disonore causato e lavar l’onta, l’omicidio fu consumato nel 1468 a Spoleto dove giace sepolto.

Negli artisti di fine 1800 le cose non sono migliori, anzi forse peggiorarono, si pensi a Van Gogh che si recise il lobo superiore dell’orecchio per una disputa con l’amico Gauguin prima che questi, lasciando moglie e numerosa prole in Francia, partisse per Tahiti per unirsi ad una indigena adolescente.

Dal primo ‘900 in poi se si vuole trovar rispecchiata la bellezza del- l’opera nel vissuto degli artisti che l’hanno eseguita la ricerca diventa ancor più ardua. Che dire delle liti furibonde tra Picasso e Modigliani, o della scarsissima coerenza agli ideali comunisti del rivoluzionario Riveira? Dante Gabriel Rossetti s’invaghì della moglie dell’amico e la portò via con se; non da meno fu Salvator Dalì con la celebre Gala. La lista diverrebbe interminabile e il paradosso, da analitico e attinente a discipline socioculturali, diverrebbe banale e più adatto al gossip e alle chiacchiere pettegole da rotocalco.

D’altra parte l’artista, da sempre, è colui che dà visibilità all’invisi- bile, anche a quei desideri da tener celati, che fanno arrossire la comune morale. L’artista è una sorta di radio che riceve sia da spiriti benevoli che maligni e si mette a disposizione di ispirazioni che appartengono all’ invenzione, all’irrazionale, a tutto ciò che l’uomo comune può vivere solo nella fantasia. Gli antichi pensavano che fossero le muse ad ispirare tutti gli artisti, dai poeti agli attori, dai musicisti ai pittori. In epoca rinascimentale, fino al neoclassicismo, si pensò non fossero le muse, ma angeli e demòni che venivano ad ispirare e a condurre cuore, mente e mano dell’artista. Angeli e demòni, figure di luce e figure tetre, entità luminose opposte a quelle tenebrose e l’artista, all’una o all’altra, sceglie di dar servigio. Ricordo disegni che rappresentavano Beethoven circondato da demoni musicisti che correggevano i suoi spartiti e un Niccolò Paganini disegnato con un demonio dietro le spalle che sussurra- va all’orecchio la musica da eseguire.

E ancora, parafrasando parte di una lettera che Vincent Van Gog scrisse a suo fratello Theo, potremmo dire che l’artista è tale se riesce a carpire l’ineffabile e a dar forma a ciò che forma non ha: una creatura che ha ricevuto più di altri la mistica scintilla del creatore e non può che viver male su questa terra che poco sa del paradisiaco luogo da cui è pervenuta. Talvolta penso che, se un Dio esiste dovrebbe, degli artisti, avere più pietà che per ogni altro essere uomano o ogni essere uomano considerare Artista.

Ho conosciuto Stefania Orrù nella bottega di Elvio Marchionni, non sapevo chi fosse: piegata su un tavolaccio, vestita come un muratore e armata di raspa mentre sgrossava il retro di un intonaco, quindi tutta impolverata, alzò appena il capo e mi salutò con un breve cenno. Risposi con indifferenza. Con la destra teneva la raspa, con la sinistra si appoggiava al piano e teneva fermo l’intonaco, l’indice e il medio alzati e tenere una sigaretta che triste pendeva la sua cenere.

“Questo è l’opposto del mio ideale di donna” pensai; superai quella stanza e andai a respirar bellezza là dove stava lavorando il maestro Marchionni che dipinge da Dio, ma ha un vissuto non troppo dissimile da quelli di Filippo Lippi e Raffaello Sanzio…. Chiesi chi era quella ragazza di bottega e rimasi quasi irritato nel sentire il Maestro tessere gli elogi, sia come persona che come artista, di quella che invece reputavo degna di scarsissimo interesse. Riscattai le mie considerazioni pensando al paradosso che aleggia sugli artisti e che forse troppo presto avevo giudicato, ma non me ne pentii.

Non ci fu più modo di verificare se avessi ragione io o il maestro e francamente dimenticai quell’episodio. Passarono circa due anni o forse più. Poi, in una mostra per una manifestazione comunale vidi esposte le opere di Marchionni insieme a quelle dipinte dai “ragazzi” che avevano lavorato nella sua bottega.

Notai due quadri bellissimi che si distinguevano dagli altri perché avevano sì l’impronta del maestro, ma erano evidenti anche delle connotazioni originali che rendevano i dipinti davvero notevoli. Era come se l’artista avesse fermato un’immagine e nella memoria l’avesse rielaborata, rivestendola con la tavolozza dei propri colori, trasparenze, velature e materia che diventava superficie e risentiva del tempo che passa. Il quadro dava la sensazione che l’idea, fissandosi sul supporto, avesse mantenuto il suo dinamismo nella forma, nello spazio e nelle cromie. Non c’era monumentalità, né la fissità dell’icona da appendere, ciò che riconoscevo era l’effimero dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni che prendevano forma, ma senza che se ne percepisse la pesantezza. Era come se un ricordo o tutto ciò che è bellezza e femminilità avesse preso di nuovo i connotati della leggiadria e dell’incanto. Il supporto stesso diveniva, in queste opere, immateriale e si confondeva con lo spazio dietro alle figure. Non c’erano elementi architettonici o naturali a far da profondità alle figure in primo piano, tuttavia l’artista era riuscita a dare la sensazione del continuum tra soggetto e spazialità, con trasparenze che rendevano palpabile l’atmosfera del dipinto. Il concetto di profondità era stato magistralmente risolto con delle ombreggiature che non avevano nulla di fisico, ma erano evidenti spunti di presenze, di coscienze che si palesavano attraverso la pittura. Rivedevo rappresentata la teoria di Rudolf Steiner nell’opera “L’essenza dei colori”.

Mi avvicinai a leggere la targhetta che riportava titolo dell’opera e nome dell’autore e rimasi sorpreso, fors’anche un po’ deluso e qualcos’altro che in questa sede non saprei riportare, nel vedere che i due quadri erano di Stefania Orru.

Non vidi la mia faccia, ma sentii nitidi i sintomi dell’imbarazzo: “Hai toppato caro mio” mi dissi con la voce del pensiero.
A volte i così detti “addetti ai lavori” commettono degli errori, e non di valutazione: si crede che il bello e il brutto risiedano nelle proprie convinzioni, nel proprio bagaglio culturale, come si fosse giudici supremi del brutto e del bello. Non so se esista una metodologia che possa definire un metro di giudizio: cosa conta di più, tra gli elementi che si esaminano, per scrivere in bene o in male di un artista? Forse se le sue opere giungono ad emozionarci? O se la produzione incontra il nostro gusto? O se risente di un particolare periodo storico-artistico? Ad esempio: conta di più l’originalità della costruzione dell’opera o il fatto che essa abbia i connotati di un maestro già celebrato dalla Istoria? O è forse più importante il coraggio di un artista che, nonostante tutto e tutti gli vadano contro, continua imperterrito nella sua strada? Quanto conta la qualità della tecnica in proporzione alla filosofia estetica che propone l’artista?

Una volta Michela Lupattelli, che insegnava a Firenze storia dell’architettura, mi disse: se davanti ad un’opera provi la stessa sensazione di quando, dopo aver viaggiato con l’aria condizionata al massimo, scendi dall’auto e senti l’aria afosa che ti blocca la gola e ti mozza il respiro, quello allora è il segno che sei davanti ad un artista unico, grande, di cui si deve scrivere, perché lasci un segno nella storia e non rimanga in balia dei tempi. Io, in effetti, a volte sento come una sorta di vento che dall’opera esce e mi scompiglia i pensieri fino ad entrare nella sede stessa delle emozioni, ma scrivere di questi rari artisti non è poi grande impresa, è quasi come scrivere alla persona che ci ha fatto innamorare… e poi ci sono pittori che hanno produzioni insignificanti, ma tra le opera una si differenzia e ti emoziona, solo una però, una soltanto, il resto è più o meno da buttare.
Il merito sta forse nel superare i preconcetti personali e personalistici e nell’armonizzare tutto: storia personale dell’artista, filosofia estetica, cromie, tecnica, coraggio. Il merito, probabilmente, sta nel palesare i simboli, soprattutto quelli nascosti tra le righe, o meglio tra i colori, le forme, le linee; nel saper discernere il messaggio e riuscire a raccontarlo a chi vuole che sia narrato.

Io non so ancora dar risposta, posso solo dire che, nella mia modesta esperienza, cerco di equilibrare tutte le voci perché poi nello scritto si possa leggere chiaro ciò che si andrà a vedere o che si è veduto.

Stefania Orrù è quel che dipinge e in quel che lei dipinge si scorge nitida Stefania Orrù. L’ho vista con abiti da lavoro, intrisa di polvere, china su intonaci strappati, i capelli raccolti intorno ad una matita. L’ho vista dar volto ad una figura ed il volto era il suo, così il corpo, le mani, i piedi. Uguale a se stessa, eppure diversa. Se fossi cieco e guardassi solo con gli occhi direi che la Orrù dipinge autoritratti, ma siccome sono cieco e sento con gli occhi, direi che quest’artista riesce a completare la parabola che iniziò con William Blake, in cui si esprime con maggiore intensità, un atteggiamento di esaltazione della soggettività interiore, che diventa quasi opposta all’egocentrismo di alcuni artisti del ventesimo secolo, come Francis Bacon e Andy Warhol; è come se l’istinto e l’emozione trovassero, nella figurazione e nel simbolo, la loro leggibilità. Non è a caso forse, che sia Blake che la Orrù si occupano di letteratura ancor prima che di pittura. È come se questa pittrice avesse la consapevolezza che, nella cultura contemporanea, ci sia una mancanza d’immaginazione, di spiritualità, ed usasse le immagini come varco, come ingresso per l’immaginazione. E’ questo che muove la produzione artistica di Gustave Moreau, Edvard Munch e Gustave Klimt. Stefania Orrù inserisce nella costruzione filosofi- ca e tecnica delle sue opere un dualismo che riesce ad armonizzare, maturando l’insegnamento di Elvio Marchionni. Ad una concezione dello spazio e della figura che vengono composte in maniera classica, oserei dire rinascimentale, lei pone i connotati di figure moderne, sguardi misteriosi e penetranti, movenze quasi di una Venere terrena che divide gli spazii; le velature, i frammenti di materia e di ricami antichi sono il confine e il passaggio tra la razionalità di chi osserva e il continuum del quadro. C’è quindi una sorta di anticonformismo nelle opere di Stefania Orrù, come se il subconscio, per avere figurazione, abbia bisogno del passato che diviene storia e degli elementi del presente per fissarsi e divenire narrazione, per chi verrà o per chi, semplicemente, vuole leggere. In questo contesto la produzione che va dal 2006 al 2008 si colloca a completare il messaggio filosofico estetico di Paul Delvaux e di Max Ernst. Ma c’è una novità importante nella sua ricerca pittorica: lei ritrae se stessa, inconfondibilmente, eppure mai uguale. Si diceva che l’immagine è costruita come fosse un varco e un ponte. Per percepire l’essenza dell’opera di Stefania Orrù è necessario attivare una relazione di sinestesia, così come è necessario per leggere le opere dell’astrattismo.

In Stefania Orrù il volto, il corpo stesso è una sorta di percorso, un giardino zen e le qualità: occhi, capelli, mani, gestualità sono fiori, piante e sabbia. E’ come se il riconoscere se stessa sia la vera strada per giungere alla Verità.

C’è un racconto in cui si legge la storia di un discepolo che un giorno chiese al maestro: quale sarà il volto di ognuno quando alla fine dei tempi ci troveremo alla risurrezione della carne, all’ultimo stadio della conoscenza? Il maestro rispose che il volto sarà quello che abbiamo avuto in vita quando più che in ogni altro tempo eravamo vicini alla verità, tutta intera.

Se Stefania Orrù è quel che dipinge e in quel che lei dipinge si scorge nitida Stefania Orrù è perché nella pittura lei cerca, in primis, una strada e offre un ponte a chi osserva.
C’è un sogno che pare ricorrente in molti: l’immagine quasi sempre è un notturno, si è sull’ argine di un fiume e si avverte la necessità di guadare o di superare un ponte per giungere sull’altra riva, anche perché dall’altra parte si scorge un’altra persona del tutto identica a noi. Si ha la sensazione che unendosi a quella persona la nostra felicità diverrà completa. Non tutti riescono ad attraversare il ponte, men che meno a guadare il fiume. I motivi? Ognuno sa i suoi. Le opere di Stefania sono una sorta di lampada che illumina il buio della notte e ci fa riconoscere nell’altro al di là dell’argine, inducendo a superare il ponte o a bagnarsi fin oltre la cintola, per ritrovare noi stessi.
Il suo è stato un percorso fatto di scelte coraggiose, di sacrifici, di incontri dove il caso si veste di predestinazione e le opere che ho visto ne sono l’evidenza.

Nasce nelle Marche il 31 Marzo del 1976, a Jesi. Nessuno della sua famiglia dipinge, racconta lei, “né avevano espressioni di una precisa creatività, solo un nonno contadino, che chiamavano “il filosofo”, mi affascinava per le sue convinzioni originali che andavano al di là degli schemi sociali, ma di lui non so molto”. Stefania è rimasta a Jesi fino alla maturità magistrale, poi a 19 anni si è iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia di Urbino e durante il primo anno di università ha lasciato definitivamente la famiglia: era il 1994, lavorava, studiava, aveva una indipendenza economica, la sua situazione era completamente cambiata. Racconta: “In quel periodo non dipingevo, ma modellavo la creta, soprattutto perché alleviava quel senso di tensione emotiva e insieme mi rigenerava… non riuscivo a star bene con la mia famiglia, non trovavo nulla in cui potessi riconoscermi o che in qualche modo mi somigliasse. La creta rappresentava un modo per liberare la testa, e dar respiro al cuore usando le mani”.

Il suo primo lavoro con la creta fu una: “donna albero” o meglio una “donna radice” precisa lei: la diede a degli amici che frequentavano l’Accademia di Belle Arti affinché potessero fare il calco in gesso e quindi tutto il procedimento per colate e multipli successivi. Sbagliarono il tipo di gesso e purtroppo la prima colata fu anche l’ultima, si distrusse tutto, restò un unico blocco che fu seppellito in un campetto con gli onori di un vero e proprio funerale. La seconda scultura la realizzò a Verona, dove intanto si era trasferita con il suo compagno. “A Verona ho abitato per circa due anni, ho fatto molti lavori mentre cercavo di continuare gli studi universitari. Non ho dato molti esami, ma il modo in cui studiavo nasceva dalla curiosità e da un vero interesse. Decisi però di lasciare l’università un anno dopo il successivo trasferimento in Umbria, dove arrivai il giorno stesso del terremoto: 27 settembre 1997: l’atmosfera rarefatta e silenziosa di quei luoghi mi diede un senso di disagio all’inizio, era come se non esistessi. A Verona avevo cominciato a dipingere frequentando lo studio di una giovane decoratrice che affrescava ville, Maria Girelli Bruni. Era una persona molto particolare, viveva la filosofia Zen, il capo completamente rasato, camminava a piedi nudi anche d’inverno. Di lei mi piaceva la semplicità, l’assenza di giudizio nei confronti degli altri, aveva il dono della spontaneità che non crea disagio in chi l’ascolta. Fu un incontro importante che non so bene descrivere, prodigioso. Ricordo mi diceva: “non si dipinge con le mani ma col petto”, mentre cercava di farmi raddrizzare le spalle e di farmi star dritta di fronte all’imponente parete sulla quale dovevo tracciare la linea retta di una decorazione. Il nostro ultimo incontro fu una lunga passeggiata lungo l’Adige, parlammo della vita, suppongo, e lei alla fine mi regalò il suo cappotto, faceva freddo…”

In Umbria, all’inizio, Stefania Orrù ha vissuto a Castel Ritardi, in una sorta di agriturismo gestito da sole donne tedesche, dove si allevavano cavalli. “Per un anno sono stata quasi prigioniera. Non dipingevo perché non avevo un posto idoneo e il materiale era tutto chiuso in una borsa. Non avevo molto tempo per me, quel poco della giornata che mi restava lo impiegavo a cercar casa, così da avere finalmente spazi miei. In quel periodo ricordo un viaggio che feci come assistente di un fotografo: per quaranta giorni girammo le campagne della Germania e della Francia, incontrando persone molto particolari… al ritorno affittai un appartamento e conobbi un architetto di Foligno: Mauro Mazzolini. I proprietari di un locale gli affidarono il progetto dell’interno, e Mauro mi propose di fare il bozzetto per la decorazione del soffitto, lo feci immediatamente e fu accettato, così tornai a dipingere. Non fu un’esperienza sensazionale, ma ebbe il merito di farmi relazionare col mondo della committenza e con la realizzazione delle idee. In quell’anno conobbi Elvio Marchionni. L’emergenza terremoto aveva portato la gente fuori dalle case, anche ad un anno dall’evento. Ci si incontrava nei bar, nei circoli, nelle case di legno montate dalla protezione civile. Si era creata un’atmosfera unica, positiva, si parlava, si condividevano esperienze e racconti, si facevano nuove conoscenze. Una sera mi trovavo in un bar con altre per- sone, Elvio Marchionni era seduto poco distante, ci invitò a Spello a visitare il suo studio. Di lì a poco sarebbe iniziata una collaborazione intensa e duratura che avrebbe cambiato totalmente la mia vita. C’era un bel caos creativo nello studio di Marchionni, quel caos che non è mai disordine e che è proprio d’ogni artista. Alla fine dell’estate del 1998, credo fosse settembre, alcuni collaboratori del maestro lasciarono lo studio ed io iniziai a lavorare. All’inizio non sapevo bene cosa dovevo fare e spesso chiedevo ad Elvio se fosse sicuro di avere bisogno di me. Poi il lavoro si rivelò, nella sua intensità, e divenne il fulcro stesso della mia vita d’allora: otto ore al giorno, sei giorni su sette. Era bello fare le cose insieme… Contemporaneamente lavoravo anche per Mazzolini e ciò mi permetteva di interiorizzare professionalmente ciò che apprendevo nello studio di Elvio. Nel 1999 preparai una mostra per Verona. L’esposizione era a San Giovanni Lupatoto, portai una diecina di opere, raffiguranti vasi antichi. Elvio era con me il giorno dell’inaugurazione. Dopo la mostra di Verona iniziò la mia totale immersione nella polvere, si cominciarono i distacchi degli intonaci. Io sgrossavo e ripulivo i retri che poi incollavo sulle tavole. L’organizzazione dello studio ed anche il suo aspetto cambiarono radicalmente e il tutto culminò con la mostra alla Rocca Paolina a Perugia. Il tempo, ora che ci ripenso, passò veloce e fu pieno di eventi. In quegli anni acquistai una grande intimità con i materiali del lavoro, fu una vera e propria immersione, una sorta di simbiosi. Il contatto con i colori, la materia, la polvere, il gesto che diventa segno e poi forma definita… sono stati, quelli, tempi che ricordo come fantastici. Il giorno dell’inaugurazione, alla fine di un ciclo di lavoro durato quasi un anno, avevo i capelli rasati, un abito bianco e avvertivo in ciò che mi accadeva una sorta di predestinazione che non so spiegare. Fu in quel periodo che decisi di non frequentare più l’università e mi resi conto che la pittura era il centro della mia vita. Fu una decisione cosciente…” dice sorridendo e guardandomi fisso, “che presi di buon grado, con consapevolezza e un senso interiore di pienezza e totalità.

Stefania Orrù, dopo l’esperienza nello studio di Marchionni, comincia a lavorare in uno studio suo, a Maceratola, tra Bevagna e Foligno.
Le pagine che seguono sono il dialogo tra l’artista e lo scrivente, un redattore che attraverso i simboli tenta di entrare nell’anima del creativo, cercando l’ineffabile scintilla che muove l’ispirazione, fino all’esperimento empirico, fino alla creatività, alla creazione, per poi giungere alla creatura. È una sorta di gioco fatto di parole e colori, di segni, forme e ricordi perché il tutto diventi memoria, storia. “Allora Stefania tra i colori primari neutri e secondari quali preferisci?” “Il primo colore che mi viene in mente è il blu. È il blu etereo che è fuori, è cielo ed è ovunque. È una sorta di “calma di tutto” dove ritorno e da dove parto.

Quando dipingo, se utilizzo il blu, allora tutto diventa blu… esso deve essere, in qualche modo, puro. In genere lavoro con colori che richiamano l’elemento terra, tinte calde che si mescolano e si fondono… Il blu è qualcosa di assoluto, una sorta di accesso verso una dimensione eterea, eppure percepibile e reale.

Poi, tra i colori primari, il rosso: è focalizzato e parte da un punto, viene da dentro ed ha la capacità di bastare a se stesso, non serve altro a supportare la sua esistenza, è una presenza ed anche un avvento, qualcosa che annuncia un divenire certo. Quindi il rosso ha anche una componente dinamica, la capacità di fuoriuscire, di emanare continuamente dalla sua sorgente stabile. Si associa spesso l’amore al rosso… in realtà questo colore ha una componente molto intima… dipende da cosa si intende per amore; per me il rosso è attività, l’emanazione di una energia che, partendo da me si rivolge all’esterno”. Domando se l’amore ha sempre bisogno dell’altro per evidenziarsi nella sua vera essenza, e lei senza troppo rifletterci risponde: “Chi ama basta a stesso ed è fulcro perché l’altro possa elevarsi, non ha bisogno di nient’altro per divenire.”

…poi il bianco: è, per me, il tutto e il nulla; esso può divenire qualunque cosa o essere la superficie, lo spazio, il luogo dove tutto accade. Il bianco è il luogo delle possibilità. È la fucina della creatività. E’ anche collegato alla purezza, è l’inizio di qualunque cosa, la nascita, la possibilità di ripartire da un punto nuovo dove non c’è rimasta traccia del passato.”

“Ora dimmi quale colore ha la Stefania bambina?”
“Il bianco, sicuramente: immagino il bianco della lana, un bianco panna, morbido, dove si affonda, un bianco caldo”.

“E il colore della Stefania adolescente?”
“È sempre bianco, un bianco più freddo, luminescente e pieno di riflessi, mi viene in mente la seta e la sua luminosità.”

“E il colore della Stefania adulta e quindi attuale?”
“Credo sia sempre lo stesso, un bianco di seta. In realtà non credo di poter dare un colore all’ adolescenza, è un periodo che non riesco a definire con chiarezza… per me è stato un tempo in cui le cose succedevano e non c’era spazio per fermarsi e pensare, la stasi mi produceva una inquietudine profonda , non riuscivo a stare in casa perché avevo la sensazione di essere enorme e gli ambienti che mi circondavano troppo piccoli per contenermi: andavo a studiare all’aperto, sulle panchine, anche d’inverno… Quando penso alle tre età della donna, o alla donna in se, mi viene spontaneo pensare ad un segreto, qualcosa di fondamentale ed eterno che non va svelato nè scoperto, ma custodito e vissuto. Io non potrei definirmi adulta; in questo tempo mi vedo come dentro un flusso, che credo sia la vita, con tutto ciò che accade, che è accaduto o accadrà. In questo flusso mi piace avvertire la mia presenza, il mio esserci in modo totale. Alla vecchiaia, se esiste, associo il bianco della luce, quella luce che, filtrata da un cristallo, si scinde in tonalità vibranti e rivela che c’è un universo racchiuso in ogni cosa.”

“E cos’è dunque per te la morte Stefania?”
“Adesso penso alla morte come l’ultima esperienza, sia sensoriale che emotiva, la penso come un momento tranquillo, nel quale ha inizio un’ evoluzione, forse l’ultimo viaggio, una sorta di definitiva, totale emanazione. Non penso mai a quello che c’è dopo.”

“Qual è la tua concezione di bellezza?”
“La bellezza è riuscire a far coincidere la parte interiore e quella esteriore, non è artificio, è frutto di una volontà… e si fa per amore, di se e degli altri. In pittura credo la bellezza scaturisca dalla coincidenza tra l’immaginare, inteso come ricerca costante nella realtà e dentro di se, e il vedere.”

“La bellezza era Afrodite, Venere madre di Cupido, Eros che, secondo Esiodo, ella generò con Ares, Marte, dio della guerra; qual è il tuo concetto di eros Stefania?”
“L’eros è l’energia che emaniamo continuamente ed è riferita a qualunque cosa. E’ l’amore che si fa realtà e consapevolezza è l’espansione della volontà, della passione”.

“Qual è dunque il tuo concetto di guerra, cioè di Ares?”
“Ares per me è il fare, è una furia, è impeto, non contrasto o lotta, né tanto meno guerra è piuttosto la realizzazione di un idea. Ares è la volontà e la passione che agiscono. Quando dipingo Ares è confronto con se stessi e con la materia: terre, colori, acqua, grafite, malta e gesso sono gli elementi e le armi che Ares organizza per dar figura all’immaginario, per creare Bellezza”.

“In definitiva è come se l’artista ogni volta che, consapevolmente o meno, genera bellezza permette ad Ares di amare Venere e di generare ancora Eros?”
“Credo sia così”.

“Ma c’è un altro elemento che a questo punto fa riflettere: l’essenza di Psiche, la principessa bellissima che amò Eros; una favola d’amore descritta da Apuleio e immortalata, nel marmo di Carrara, da Antonio Canova. Dov’è Psiche nei tuoi dipinti?” “Psiche è la trasparenza”. Risponde Stefania. In effetti se Psiche è l’interiorità, l’anima che diviene figura eccelsa e Dea per mezzo dell’amore per Eros, nel caso di Orrù la trasparenza rimane spazio immateriale, effimero, ma nelle sue opere si colora e dà equilibrio alle masse opache, pur mantenendo la sua fisionomia eterea. Ne è un chiaro esempio la produzione del 2006 e del 2007 in cui le figure, come i volumi, diventano presenze, con una materia niti- da, evidente; le immagini di Stefania Orrù hanno una espressione dinamica, come se fossero in continuo divenire. La trasparenza, sapientemente dosata e armonizzata, rende i volumi stessi più leggeri, lo spazio si frammenta nella decorazione e nei colori delle figure, come fosse stato rappresentato il pensiero e non la natura, un sentimento inenarrabile e non una entità razionale.
E l’esperimento, nelle opere di Stefania, va oltre: il supporto diviene spazio visibile e insieme immateriale, come se il piano stesso fosse pensiero e frutto dell’ispirazione, piuttosto che superficie fisica dove si materializza la figura.
La costruzione delle opere di Stefania Orrù è la manifestazione del suo percorso personale. Soprattutto in queste opere si evidenzi a la rara situazione in cui l’artista esplicita la sua essenza nell’opera d’arte e questa ha la sua genesi e si sviluppa nei ricordi e nella dilatazione del passato nel presente dell’artista. Ogni suo quadro nasce da un’attenta analisi delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti, che si evidenziano nei tratti del viso, negli sguardi, nei movimenti del corpo e nella gestualità. Per ogni opera Stefania Orrù esegue disegni, bozzetti, prove in grafite e pastelli che hanno la stessa freschezza e compiutezza di un’opera a se stante, finita. Stefania Orrù ha una cura meticolosa dei passaggi che procedono all’ispirazione: fotografa, definisce i particolari, prepara il supporto imbastendo la figura in primo piano con gli elementi formali e cromatici che costituiranno l’immagine finale. L’idea, in questa artista, nasce sempre da una introspezione, lei non fa decorazione, ma dà voce e forma a ciò che voce e forma può avere attraverso l’artista.

E la Orrù disegna la sua idea perché il tempo stesso si fermi e lasci al bene e al bello la possibilità di radicarsi nell’anima, fino al suo prendere forma linea e colore. Il concetto che sorregge le sue opere diventa onirico, prende le forme del reale per rappresentare il fantastico: è immagine da raccontare. La pittura in questa artista torna alla narrazione, ciò è evidente dall’intensità degli sguardi delle figure, nelle mani che, con gesti e pose, segnano lo spazio misurandolo. Lo spazio diviene senso dell’antico con richiami ad arabeschi e tessiture, come se il disegno e le cromie fossero orditi su trame tessute da Cronos e Afrodite addolcisse i segni di Ares affinché, chi osserva, non si proietti nel futuro come fosse un abisso ma abbia a memoria la storia, come monito di bellezze antiche da narrare ancora.

La Orrù in effetti raffigura il femminile come fosse l’unica chiave per accedere ad un universo che si apre solo a chi è capace di sentire, o guardare, non soltanto con i sensi e ancora: la Orrù raffigura il femminile per rappresentare la storia, il senso antico della favola che diviene immagine.

Per Modigliani gli occhi, che per volontà dichiarata dipingeva rara- mente, erano l’unico accesso per arrivare all’anima dell’individuo e per dipingerla, in Orrù gli occhi sono la porta perché la semplice osservazione si trasmuti in contemplazione, quasi che, la figura ritratta, riesca a contemplare colui che guarda e passa. Le figure di questa mostra guardano chi osserva il quadro: è Stefania Orrù stessa che diviene testimone di un momento che, da semplice esperienza visiva, si evolve in contemplazione.

Ciò che propone Stefania Orrù con questa mostra non è fissare una immagine perché diventi monito, monolitico monumento al tempo che passa trasformandosi in storia, la sua eccezionalità sta nel fissare l’attimo che ha la persona nella sua consapevolezza di vivere un momento unico e irripetibile. Le espressioni dei suoi volti hanno la malinconia e talvolta la serietà di chi vive in un mondo incomprensibile, che non regala comprensione.

Nei quadri come nei disegni Stefania riesce a rappresentare l’attimo che precede un’attesa, tutto si sta compiendo, l’osservatore ne è la necessaria progressione. Il fondo dove poggia la figura è illusione, perciò non misurabile, ma funge solo da superficie dove si staglia l’ombra, quasi mai antropomorfa. La proiezione della figura è coscienza che esiste una luce diversa, è la luminescenza della ragione dei sentimenti, è la luce di chi ha il coraggio di meditare e sorridere nella serietà. D’altra parte, sembra dirci la Orrù, che uomo è quello che non riesce più a emozionarsi, a far si che la ragione almeno si equilibri ai sentimenti nonostante tutto e tutti? Lei sceglie accuratamente i tessuti che faranno da supporto, la materia degli strati che accoglieranno disegno e cromie, in questo si evolve la scuola di Marchionni, dove il supporto è testimone del tempo che passa e segna, con gli elementi della natura, la materia, in Stefania Orrù il supporto è simbolo dove i pensieri, l’immaginario e l’invisibile diventano immagine uguale e diversa al reale. Stefania ritrae se stessa, ma in effetti raffigura l’anima di ognuno, talvolta è una sorta di sfinge, spirito arcaico che ci pone un enigma da svelare.

Questa artista permette che la sua storia personale diventi una sorta di ponte che unisce due sponde, su di una il mondo reale e con esso il visibile, l’evidente e il vissuto, sull’altra il mondo delle aspirazioni, dei desideri, del come vorremmo, del futuro, del cambiamento, della fantasia.

Alberto D’Atanasio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.